Whitechapel: tutti ti diranno che non è la vera Londra. La sua storia dice il contrario.
- Caterina Amato
- 2 giu
- Tempo di lettura: 5 min
Sotto i commenti del mio ultimo video su Whitechapel, due anime di Londra si sono fronteggiate. Per alcuni è uno dei quartieri più autentici della città. Per altri non è più Londra, perché piena di bengalesi e arabi.
Ho riletto quei commenti per due giorni e ho pensato a una cosa sola: la stessa identica discussione si è svolta qui, in questo quartiere, almeno tre volte negli ultimi duecento anni. Con nomi diversi, con le stesse parole.
Whitechapel non ha mai avuto un'identità fissa. Ha avuto ondate. E ogni ondata ha detto alla precedente che questa non era la vera Londra.

Prima di Jack lo Squartatore
Molto prima del 1888, prima degli ebrei dell'Europa orientale, prima degli irlandesi, Whitechapel era semplicemente la strada che portava fuori dalla City. I Romani passarono da qui lungo l'asse che collegava Londinium all'Essex: nelle vicinanze di Goodman's Fields sono stati trovati sepolcri e reperti, segno che questa zona si trovava appena oltre il cuore urbano della città antica, non ancora campagna, non più città.
Nel Medioevo qui sorgeva una piccola cappella dedicata alla Vergine Maria, imbiancata a calce. La gente la chiamò "White Chapel". Da quel piccolo edificio bianco nacque il nome di tutto il quartiere.
Per secoli Whitechapel rimase una zona di confine: abbastanza vicina da servire Londra, abbastanza lontana da contenere quello che Londra non voleva vedere.
Nell'età elisabettiana la città cresceva in fretta e le attività che la tenevano in piedi, concerie, macelli, birrifici, fonderie, producevano odori e rumore che i residenti benestanti non volevano vicino a casa. Così finirono fuori dalle mura, nell'East End.
Whitechapel diventò il retrobottega di Londra: il posto dove si lavorava, si costruiva, si sopportava quello che il centro preferiva non vedere. In questo periodo nasce uno dei simboli più scomodi e potenti del quartiere, la Whitechapel Bell Foundry. Fondata nel XVI secolo, ha fuso le campane del Big Ben e la Liberty Bell di Philadelphia: un pezzo di Whitechapel che risuona da entrambe le parti dell'Atlantico, anche se pochi sanno da dove vengono quelle campane.

Nell'Ottocento Whitechapel esplode demograficamente. Arrivano lavoratori dalle campagne inglesi, irlandesi in fuga dalla carestia, e poi migliaia di ebrei dall'Europa orientale che scappano da pogrom e persecuzioni. Le case si riempiono, le stanze vengono divise, intere famiglie condividono pochi metri quadrati.
Charles Dickens ambientò qui alcuni dei suoi personaggi più noti, Fagin e la sua banda di borseggiatori, ad esempio, in Oliver Twist.
Le cronache dell'epoca parlano di vicoli malsani, lavoro precario, condizioni igieniche drammatiche.

È in questo contesto che arriva il 1888 e Whitechapel entra nella storia mondiale. Jack lo Squartatore operò in un'area relativamente piccola tra Whitechapel e Spitalfields: Durward Street, Hanbury Street, Fournier Street, Mitre Square. Ancora oggi migliaia di persone percorrono quei vicoli cercando tracce di quella vicenda. È parte della storia del quartiere, ma solo una parte, perché mentre il mondo guardava agli omicidi Whitechapel continuava a fare quello che aveva sempre fatto: accogliere persone in cerca di una vita migliore.
Dagli ebrei ai bengalesi
Dopo la Seconda Guerra Mondiale i bombardamenti colpiscono duramente l'East End. Molte famiglie ebraiche, nel frattempo, si spostano verso quartieri più prosperi a nord e a est. Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta arrivano nuovi immigrati, molti dal Bangladesh e in particolare dalla regione di Sylhet.
Perché qui? Per un motivo tipicamente londinese: le reti familiari. Un parente trova lavoro nei dock o nella ristorazione, poi arrivano fratelli, cugini, amici, poi intere comunità. È lo stesso meccanismo che ha costruito i quartieri italiani, ebraici, caraibici e irlandesi in tutte le grandi città del mondo.
Oggi i bengalesi sono una delle componenti principali della popolazione locale. La East London Mosque, una tra le più grandi d'Europa, si trova a pochi passi dalla stazione. I ristoranti, i mercati, i negozi raccontano questa trasformazione, e raccontano anche qualcosa di più profondo: Whitechapel non è diventata meno londinese. Ha vissuto l'ennesima delle sue trasformazioni, le stesse che vive da duemila anni.

Cosa vedere a Whitechapel
Whitechapel Bell Foundry. La produzione è terminata, ma l'edificio rimane. Qui sono state fuse le campane del Big Ben e la Liberty Bell americana: pochi posti raccontano meglio il contributo silenzioso dell'East End alla storia del mondo.
Whitechapel Gallery. Fondata nel 1901 per portare l'arte nell'East End operaio, nel corso della sua storia ha esposto Picasso, Frida Kahlo, David Hockney, Jackson Pollock. È uno dei motivi per cui Whitechapel è diventata anche un quartiere culturale.

I vicoli di Jack lo Squartatore. Fanno parte dell'identità del luogo, piaccia o meno. L'importante è visitarli ricordando che dietro il mito c'erano persone reali e una Londra segnata da povertà e disuguaglianze profonde.
The Blind Beggar. Il pub più famoso della zona. Il nome rimanda a un racconto medievale, ma la vera fama è più recente: qui nel 1966 il gangster Ronnie Kray uccise George Cornell davanti ai clienti. Il bancone è lo stesso di allora.
Whitechapel Market. Non è una cartolina come altri mercati più turistici della città: si vendono quotidianamente frutta, spezie, tessuti da paesi lontani. Se vuoi capire Whitechapel, passa da qui prima di qualsiasi altro posto.
Per il caffè, il posto che devi trovare è l'Exmouth Coffee Company su Whitechapel High Street, accanto alla Whitechapel Gallery. Non ha insegne fuori: ti orienti con la vetrina piena di dolci e l'odore di torrefazione che esce dalla porta. Caffè tostato in loco, pastries, quiche, atmosfera da quartiere che non ha ancora deciso se vuole essere scoperto.

Per mangiare, Whitechapel è uno dei posti migliori di Londra per la cucina punjabi e bengalese. Il riferimento assoluto è Tayyabs su Fieldgate Street: aperto dal 1972, ancora gestito dalla famiglia del fondatore, Mohammed Tayyab, arrivato da Lahore nel 1964. Nacque come posto dove mangiare cibo vero per i lavoratori del tessile dell'East End e non ha mai smesso di essere quello, anche quando è diventato famoso. Le lamb chops marinate 24 ore e grigliate al carbone sono il piatto con cui si misura la soddisfazione della cena. Non servono chicken tikka masala: karahi, dry meat, chapatti tandoori. Arriva presto o mettiti in fila. La fila c'è sempre, ma è parte dell'esperienza.
Accanto alla cucina punjabi trovi influenze pakistane, turche nonché pub storici. È un quartiere da assaggiare prima ancora che da fotografare.
Dopo il video, molti mi hanno scritto che Whitechapel non sarebbe più la "vera Londra" perché piena di bengalesi e arabi. C'è un dettaglio storico che spesso sfugge: la stessa cosa veniva detta degli ebrei dell'Europa orientale nell'Ottocento, e prima ancora degli irlandesi, e prima ancora degli ugonotti francesi che arrivarono a Spitalfields nel Seicento e aprirono le prime manifatture di seta del quartiere.
Whitechapel è da sempre la prima tappa di ogni nuova migrazione
Se cerchi una Londra immobile, questo quartiere ti deluderà. Se vuoi capire come Londra cambia, si adatta e si reinventa da duemila anni, pochi posti raccontano questa storia meglio di lui.

Whitechapel non è il quartiere che resiste al cambiamento: è il quartiere che del cambiamento ha fatto la propria identità.
Ogni volta che esci dalla stazione e guardi intorno, stai leggendo duemila anni di storia in una sola inquadratura. È tutto scritto nei dettagli di questo quartiere: nelle strade, nei palazzi e persino nelle persone che lo vivono ogni giorno. Basta sapere dove guardare.



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